venerdì 21 dicembre 2012

Intervista a Josep Ejarque: "Destination Socialmedia Marketing Manager"






Con Josep ci siamo conosciuti per caso via Linkedin, grazie ad un post provocativo, in quanto pensavo e penso che vi sia un numero eccessivo di consulenti, docenti e simili che continuano a elargire commenti e opinioni relativamente al turismo, invece di avere quel sano pragmatismo che la brava “Littizzetto” ha riassunto in una delle ultime puntate di “Che Tempo che fa”, ovvero quello di cercare di comprendere che desidereremo che a parlare fossero “gli addetti ai lavori”.

Josep Ejarque è senza nessun dubbio alcuno uno dei maggiori e più importanti Destination Manager – e non solo – europei. Conosciuto dentro e fuori il nostro paese. Ma con Josep abbiamo in comune una visione molto simile in materia di turismo. Un turismo parlato e raccontato attraverso best practice, quello che oggi fondamentalmente manca.

Non voglio ritornare sugli eventi ultimi passati, perché il mio pensiero spero e credo sia ormai noto e netto a tutti. Ritengo che Marcello Coppola abbia nel suo post ben evidenziato che oggi servono eventi che siano in grado di informare e non altro, dove nel “non altro” racchiudo davvero tutto il lato che detesto di questo settore, anzi che ritengo non appartenga affatto al nostro eco-sistema turismo.

Sono lieto di chiudere prima del Natale, con questa intervista, che ha visto grandi nomi come Luciano Scauri, Stefano Possenti, Giancarlo Carniani, Franco Grasso, Arturo Salerno, e molti altri, mancano all’appello alcuni nomi rilevanti come Antonio Maresca per esempio, e altri ma non mancherò di dar voce anche a loro. 

Vorrei davvero, anzi mi auguro che il 2013 veda finalmente il turismo “ripulito” da evidenti e palesi spettacoli vergognosamente politicizzati usando inoltre “risorse pubbliche”. Necessitiamo tutti di riformare questo mondo attraverso piccoli ed importanti esempi di condivisione.

Non è possibile, parlare di “Brand Italia” se poi abbiamo un comportamento da “caldarrostai”, con tutto il rispetto per costoro. Ho letto, che il turismo è “La seconda Industria dell’Italia”, ottimo, allora varrebbe la pena di comportarsi da “imprenditori” e non da bottegai di “canditi scaduti”

Buon Natale a tutti i veri e seri professionisti di questo settore, e grazie per l’impegno e la passione che ogni giorno versate in questo mare che in tanti cerchiamo di rendere pulito, nonostante i pochi che ancora continuano ad inquinarlo…………..ma ancora per poco vi assicuro…………..




Josep chi è esattamente un Destination Manager?

Il Destination Manager, è storicamente la persona, ovvero  il professionista che ha come responsabilità il disegno , la gestione e l’organizzazione marketing e promozionale di una destinazione turistica. La professionalità è quanto mai necessaria


Quanti sono i Destination Manager in Italia?


L’Associazione di European Cities Tourism, racchiude da oltre 25 anni,   i “veri” destination manager. In passato i Destination Managers, nascevano con un approccio locale, per espandersi  verso aree più grandi. I Destination Manager, sono di norma, fuori dalla politica, ovvero professionisti, che curano il  management territoriale. In tutt’Europa non si va oltre i 400, negli ultimi anni ci sono molto giovani, la vecchia guardia ne conta poco sopra gli  80


Come una rondine non fa primavera, presumo anche un video non faccia una destinazione. A volte enfatizziamo molto sui video, seppur molto belli, ma spesso totalmente distaccati dalla realtà locale. Non sarebbe il caso di andare oltre il video e quindi preoccuparsi di un dialogo con il tessuto locale?


Il vero problema è la confusione che esiste in Italia, abbiamo una cultura molto incentrata su comunicazione e pubblicità. Una destinazione deve essere organizzata, le destinazioni si creano. Olulumuc,  è un esempio, o meglio dovrebbe essere un esempio per tutti. Deve esistere una sinergia tra le varie realtà. Il problema è reinvitarsi una destinazione, aldilà dello spazio territoriale, come un container dove il contenuto va creato. In Italia si ha una visione tutta italiana, un vecchio modello, dove non si vuole creare ma semplicemente far diventare prodotto.. Tutto è sganciato dalla realtà. In Italia, non c’è spesso volontà  di imparare, perché pensiamo di sapere tutto.



Si parla spesso di Brand Italia, ma spesso chi ne parla da l’impressione che stia parlando di “Brandy Italia”. Come al solito abbiamo silenti che dovrebbero parlare, perché ottimi professionisti e “gossippari, che dovrebbero ogni tanto tacere”, ma questa è l’Italia ahimè. Cosa bisognerebbe fare per avere un brand riconosciuto?

Ho una scommessa con un amico, vado a contollare le destinazioni che cambiano il brand. Non è cambiando il brand che si cambiano o si risolvono i problemi. Una destinazione che ha brand non è l’evidenza grafica, ma bensì, l’essere stati capaci di trasmettere sensazioni, essere in grado di capire l’identità della tua destinazione, e da questo iniziare il percorso. Il famoso brand della Spagna, di Mirò, ha 25 anni di vita e non pensano affatto di cambiarlo. La Francia lo ha cambiato dopo 15 anni, In Gran Bretagna lo hanno modernizzato.  Un brand non è la manifestazione grafica, dietro ci deve essere un piano strategico


Un giovane che vorrebbe diventare Destination Manager che tipo di percorso dovrebbe intraprendere?

Una formazione nuova, che spesso non si trova nemmeno nei corsi formativi. Deve avere una buona formazione marketing, una formazione economica, perché il turismo è un industria. Un Destination Manager  è come il direttore di un supermercato, dove ci sono tanti prodotti e deve essere in grado di organizzarli, in modo da dare la giusta visibilità Deve avere inoltre una formazione in ambito  relazionale, deve saper creare una rete manageriale


I social media possono spesso fare una grande differenza,  Obermutten ha insegnato molto, eppure pochi lo hanno capito. Infatti usiamo una spettacolarizzazione che non attrae, invece di usare strumenti molto più utili ed efficaci. Sei d'accordo?


Ho scritto di ciò, e sono convito che il Destination Manager nel futuro sarà fondamentalmente, un Destinazion Socialmedia Marketing Manager, che è la leva, lo strumento che determinerà il professionista.  Dopo un’attenta e profonda analisi, sono arrivato a questo convincimento. I Social Media, cresceranno nel turismo, perché daranno sempre più accesso a suggerimenti e giudizi.  Questo ha cambiato molto il turismo e molto ancora cambierà Negli USA e in UK, si usa esclusivamente il social media management, la domanda è più avanti dell’offerta. Bisogna avere una strategia onde evitare di farsi male. Se fai l’errore, di far gestire il tutto a amici e parenti ovvero a non esperti, il rischio è molto alto.I Social Media, devono essere usati da chi è in grado di poterli gestire.


Josep, abbiamo vissuto due eventi come BTO e WHR. Io ho un giudizio molto netto su questi eventi, dopo, non solo averli vissuti ma aver letto i vari feed back. Non credi che un evento nell’ambito del Destination Management dovrebbe andar aldilà del banale, e presentare invece i percorsi del successo o degli errori commessi in modo da esercitare azioni di best practice, come del resto tu stesso hai fatto al WHR?

Assolutamente si, tra noi, ovvero un gruppo di professionisti ci siamo inventati un evento di Destination Management, da due anni non lo facciamo più, per motivi economici. Gli eventi dovrebbero andare aldilà dello spazio vetrina commerciale, dare maggior spazio ai professionisti per la condivisione questo è fondamentale.

Parliamo di Andrea Babbi, tu hai scritto “Non deluderci”, non credi sia troppo prematuro ? Io vorrei prima capire chi coinvolgerà a suo supporto, se pescherà sempre tra i soliti ignoti o avrà il coraggio del nuovo, tu cosa pensi?

Conosco Babbi, sono certo che farà bene potrebbe dare una svolta all’Enit, dovrà avere grande capacità di saper guardare lontano.


Se fossi Ministro del Turismo in Italia, quali le prime cose che attueresti da subito, dopo esserti insediato?

Innanzitutto, fare una strategia, avere credibilità e autorevolezza.  In altri paesi concorrenti all’Italia, il turismo è in mano alle regioni,  ma si collabora, tra regioni e istituzioni nazionali. Il turismo va oltre il semplice fare comunicazione, vi è qualcosa di molto più profondo, accordi con realtà locali. Per esempio le autorità autonome e il governo fanno accordi strategici con le compagnie aere. Insomma vi è una cooperazione, quella che non si intravede ancora in Italia.

Come si diventa una destinazione turistica di successo, e quale destinazione tu pensi possa essere un esempio di destinazione di successo in Italia o all’estero?
Una destinazione di successo, parte nel creare l'offerta e il prodotto turistico. Capace di organizzare e segmentare la mia destinazione.  Promuovere  tutto,  questo è il problema italiano, Una destinazione difficilmente può andare oltre 5 o 6 n punti di forza. Non si può “sparare” a tutto. Bisogna focalizzarsi su 2 o 3 elementi. In Italia la regione che ha lavorato bene è il Trentino, un esempio  di grande rilevanza. Il settore turistico si deve intendere come realtà  imprenditoriale e non da  bottegaio, come spesso accade in Italia. L’imprenditore guarda lontano, il bottegaio guarda al giorno per giorno. Manca un processo di identificazione territoriale, una creazione della destinazione.





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